Il buio avvolse la radura riparandola da sguardi indiscreti. Bianche figure femminili ondeggiavano al bagliore vacuo di un falò, simili ad evanescenti fantasmi di altri tempi. La musica ossessiva di un tamburo, unito al tintinnio metallico dei cimbali, riempiva la notte. Un profumo intenso di zagare in fiore fluttuava nell’aria, dolce fragranza intrecciata all’odore legnoso e persistente dell’incenso. Ombre furtive attraversavano l’oscurità del bosco, soffermandosi appena alla visione delle donne che danzavano scalze, in un tributo delirante alla luna che campeggiava, distratta, nel cielo scuro.
Sinuose braccia si agitarono in estatico rapimento, seni rigogliosi si tesero sotto i corpetti aderenti, morbidi ventri sussultarono in balia del ritmo incalzante, tornite gambe si piegarono domate dall’estasi. Il tempo sembrò sospendersi e annullarsi, soggiogato dall’intensità del momento. Un pungente odore di muschio selvatico invase la radura, misto all’afrore del sudore e degli umori femminili. Odore di terra, antico e primordiale, ad accogliere, confortare, confermare. Madre uterina, amorevole giaciglio, confortante culla, misericordioso sudario. L’inizio e la fine.
Il dolce suono del flauto sembrò sciogliere la tensione. In silenzio, ognuno si riappropriò della propria vita, indugiando con un sorriso incerto sulla soglia della propria follia. Il baratro, nero e invitante dell’oblio, aspettava, famelico, le proprie vittime, ma esse sfuggirono, ad una ad una, all’abbraccio mortale. Una nenia triste sgorgò all’unisono dalle gole contratte, calde lacrime ristorarono i volti esausti, disperdendo le ultime tracce nostalgiche. Ora, le attendeva il ritorno. Si incamminarono, senza voltarsi indietro, evanescenti fantasmi nella notte buia.